La questione meridionale
Molti storici
in epoca moderna hanno fatto luce sugli eventi che hanno caratterizzato l'unità
d'Italia dimostrando, con certezza, che la cultura di "regime" stese,
dai primi anni dell'unità, un velo pietoso sulle vicende
"risorgimentali" e sul loro reale evolversi.
Tutte le forme d'influenza sulla pubblica opinione furono messe in opera, per
impedire che la sconfitta dei Borboni o la rivolta del popolo meridionale si
colorasse di toni positivi.
Si cercò di rendere patetica e ridicola la figura di Francesco II - il "Franceschiello"
della vulgata – arrivando alla volgarità di far fare dei fotomontaggi della
Regina Maria Sofia in pose pornografiche, che furono spediti a tutti i governi
d'Europa e a Francesco II stesso, il quale, figlio di una "santa" e
allevato dai preti, con ogni probabilità non aveva mai visto sua moglie nuda
nemmeno dal vivo. Risultò, in seguito, che i fotomontaggi erano stati eseguiti
da una coppia di fotografi di dubbia fama, tali Diotallevi, che confessarono di
aver agito su commissione del Comitato Nazionale; la vicenda suscitò scalpore
e, benché falsa, servì allo scopo di incrinare la reputazione dei due sovrani
in esilio.
La memoria di Re Ferdinando II, padre di Francesco, fu infangata da accuse di
brutalità e ferocia: gli fu scritto dal Gladstone – interessatamente -
d'essere stato - lui cattolicissimo - "la negazione di Dio".
Soprattutto si minimizzò l'entità della ribellione che infiammava tutto il
l'ex Regno di Napoli, riducendolo a "volgare brigantaggio", come si
legge nei giornali dell'epoca (giornali, peraltro, pubblicati solo al nord in
quanto la libertà di stampa fu abolita al sud fino al 31 dicembre 1865); nasce
così la leggenda risorgimentale della "cattiveria" dei Borboni
contrapposta alla "bontà" dei piemontesi e dei Savoia che riempirà
le pagine dei libri scolastici.
Restano a chiarire le motivazioni che hanno indotto gli ambienti accademici del
Regno d'Italia prima, del periodo fascista e della Repubblica poi, a mantenere
fin quasi ai giorni nostri, una versione dei fatti così lontana dalla verità.
A mio parere le ragioni sono composite, ma riconducibili ad un concetto che il
D'Azeglio enunciò nel secolo scorso "Abbiamo fatto l'Italia, adesso
bisogna fare gli Italiani", e possono essere esemplificate nel seguente
modo:
a. Il mondo della cultura post-unitaria si adoperò per sradicare dalla
coscienza e dalla memoria di quelle popolazioni che dovevano diventare italiane,
il modo piratesco e cruentisissimo con il quale l'unità si ottenne, ammantando
di leggende "l'eroico" operato dei Garibaldini (che sarebbero stati,
nonostante tutto, schiacciati prima o poi dall'esercito borbonico), sminuendo il
fatto che la reale conquista del meridione fu ottenuta, in realtà,
dall'esercito piemontese, attraverso le vicende della guerra civile - nonostante
la formale annessione al Regno di Piemonte - e tacendo, soprattutto, la
circostanza che le popolazioni del sud, salvo una minoranza di latifondisti ed
intellettuali, non avevano nessuna voglia di essere "liberate" e anzi
reagirono violentemente contro coloro i quali, a ragione, erano considerati
invasori.
Per contro si diede della deposta monarchia borbone un'immagine traviata e
distorta, e del '700 e '800 napoletano la visione, bugiarda, di un periodo
sinistro d'oppressione e miseria dal quale le genti del sud si emanciperanno,
finalmente, con l'unità, liberate dai garibaldini e dai piemontesi dalla
schiavitù dello "straniero".
b. Il Ministero della Pubblica Istruzione e della cultura popolare del periodo
fascista, proteso com'era al perseguimento di valori nazionalistici e legato a
filo doppio alla dinastia Savoia, non ebbe, per ovvi motivi, nessuna voglia di
tipo "revisionista", riconducendo anzi l'origine della nazione al
periodo romano e saltando a piè pari un millennio di storia meridionale. Il
governo fascista ebbe l'indiscutibile merito di cercare di innescare un
meccanismo di recupero economico della realtà meridionale, ma da un punto di
vista storico insabbiò ancor di più la questione meridionale, ritenendola
inutile e dannosa nell'impianto culturale del regime.
c. La Repubblica Italiana, nel dopoguerra, mantenne intatto, in sostanza,
l'impianto di pubblica istruzione del periodo fascista.
La nazione emergeva, non bisogna dimenticarlo, da una guerra civile, nella quale
le fazioni in lotta avevano, con la Repubblica di Salò, diviso in due l'Italia,
il movimento indipendentista siciliano era in piena agitazione (erano gli anni
delle imprese di Salvatore Giuliano), non era certamente il momento di sollevare
dubbi sulla veridicità della storia risorgimentale e alimentare così tesi
separatiste.
Si è arrivati in questo modo ai giorni nostri, dove ancora adesso, in molti
libri scolastici, la storia d'Italia e del meridione in particolare è
vergognosamente mistificata.
In campo economico la visione che si dette del Regno delle due Sicilie fu, se
possibile, ancora più lontana dalla realtà effettuale.
Il Sud borbonico, come ci riporta Nicola Zitara era: "Un paese strutturato
economicamente sulle sue dimensioni. Essendo, a quel tempo, gli scambi con
l'estero facilitati dal fatto che nel settore delle produzioni mediterranee il
paese meridionale era il piú avanzato al mondo, saggiamente i Borbone avevano
scelto di trarre tutto il profitto possibile dai doni elargiti dalla natura e di
proteggere la manifattura dalla concorrenza straniera. Il consistente surplus
della bilancia commerciale permetteva il finanziamento d'industrie, le quali,
erano sufficientemente grandi e diffuse, sebbene ancora non perfette e con una
capacità di proiettarsi sul mercato internazionale limitata, come, d'altra
parte, tutta l'industria italiana del tempo (e dei successivi cento anni). (...)
Il Paese era pago di sé, alieno da ogni forma di espansionismo territoriale e
coloniale. La sua evoluzione economica era lenta, ma sicura. Chi reggeva lo
Stato era contrario alle scommesse politiche e preferiva misurare la crescita in
relazione all'occupazione delle classi popolari. Nel sistema napoletano, la
borghesia degli affari non era la classe egemone, a cui gli interessi generali
erano ottusamente sacrificati, come nel Regno sardo, ma era una classe al
servizio dell'economia nazionale".
In realtà il problema centrale dell'intera vicenda è che nel 1860 l'Italia si
fece, ma si fece malissimo. Al di là delle orribili stragi che l'unità apportò,
le genti del Sud patiscono ancora ed in maniera evidentissima i guasti di un
processo di unificazione politica dell'Italia che fu attuato senza tenere in
minimo conto le diversità, le esigenze economiche e le aspirazioni delle
popolazioni che venivano aggregate.
La formula del "piemontismo", vale a dire della mera e pedissequa
estensione degli ordinamenti giuridici ed economici del Regno di Piemonte
all'intero territorio italiano, che fu adottata dal governo, e i provvedimenti
"rapina" che si fecero ai danni dell'erario del Regno di Napoli,
determinarono un'immediata e disastrosa crisi del sistema sociale ed economico
nei territori dell'ex Regno di Napoli e il suo irreversibile collasso.
D'altronde le motivazioni politiche che avevano portato all'unità erano –
come sempre accade – in subordine rispetto a quelle economiche.
Se si parte dall'assunto, ampiamente dimostrato, che lo stato finanziario del
meridione era ben solido nel 1860, si comprendono meglio i meccanismi che hanno
innescato la sua rovina.
Nel quadro della politica liberista impostata da Cavour, il paese meridionale,
con i suoi quasi nove milioni di abitanti, con il suo notevole risparmio, con le
sue entrate in valuta estera, appariva un boccone prelibato.
L'abnorme debito pubblico dello stato piemontese procurato dalla politica
bellicosa ed espansionista del Cavour (tre guerre in dieci anni!) doveva essere
risanato e la bramosia della classe borghese piemontese per la quale le guerre
si erano fatte (e alla quale il Cavour stesso apparteneva a pieno titolo) doveva
essere, in qualche modo, soddisfatta.
Descrivere vicende economiche e legate al mondo delle banche e della finanza, può
risultare al lettore, me ne rendo conto, noioso, ma non è possibile comprendere
alcune vicende se ne conoscono le intime implicazioni.
Lo stato sabaudo si era dotato di un sistema monetario che prevedeva l'emissione
di carta moneta mentre il sistema borbonico emetteva solo monete d'oro e
d'argento insieme alle cosiddette "fedi di credito" e alle
"polizze notate" alle quali però corrispondeva l'esatto controvalore
in oro versato nelle casse del Banco delle Due Sicilie.
Il problema piemontese consisteva nel mancato rispetto della "convertibilità"
della propria moneta, vale a dire che per ogni lira di carta piemontese non
corrispondeva un equivalente valore in oro versato presso l'istituto bancario
emittente, ciò dovuto alla folle politica di spesa per gli armamenti dello
stato.
In parole povere la valuta piemontese era carta straccia, mentre quella
napolitana era solidissima e convertibile per sua propria natura (una moneta
borbonica doveva il suo valore a se stessa in quanto la quantità d'oro o
d'argento in essa contenuta aveva valore pressoché uguale a quello nominale).
Quindi cita ancora lo Zitara: "Senza il saccheggio del risparmio storico
del paese borbonico, l'Italia sabauda non avrebbe avuto un avvenire. Sulla
stessa risorsa faceva assegnamento la Banca Nazionale degli Stati Sardi. La
montagna di denaro circolante al Sud avrebbe fornito cinquecento milioni di
monete d'oro e d'argento, una massa imponente da destinare a riserva, su cui la
banca d'emissione sarda - che in quel momento ne aveva soltanto per cento
milioni - avrebbe potuto costruire un castello di cartamoneta bancaria alto tre
miliardi. Come il Diavolo, Bombrini, Bastogi e Balduino (titolari e fondatori
della banca, che sarebbe poi divenuta Banca d'Italia) non tessevano e non
filavano, eppure avevano messo su bottega per vendere lana. Insomma, per i
piemontesi, il saccheggio del Sud era l'unica risposta a portata di mano, per
tentare di superare i guai in cui s'erano messi".
A seguito dell'occupazione piemontese fu immediatamente impedito al Banco delle
Due Sicilie (diviso poi in Banco di Napoli e Banco di Sicilia) di rastrellare
dal mercato le proprie monete per trasformarle in carta moneta così come
previsto dall'ordinamento piemontese, poiché in tal modo i banchi avrebbero
potuto emettere carta moneta per un valore di 1200 milioni e avrebbero potuto
controllare tutto il mercato finanziario italiano (benché ai due banchi fu
consentito di emettere carta moneta ancora per qualche anno). Quell'oro, invece,
attraverso apposite manovre passò nelle casse piemontesi.
Tuttavia nella riserva della nuova Banca d'Italia, non risultò esserci tutto
l'oro incamerato (si vedano a proposito gli Atti Parlamentari dell'epoca).
Evidentemente parte di questo aveva preso altre vie, che per la maggior parte
furono quelle della costituzione e finanziamento di imprese al nord operato da
nuove banche del nord che avrebbero investito al nord, ma con gli enormi
capitali rastrellati al sud.
Ancora adesso, a ben vedere, il sistema creditizio del meridione risente
dell'impostazione che allora si diede. Gli istituti di credito adottano ancora
oggi politiche ben diverse fra il nord ed il sud, effettuando la raccolta del
risparmio nel meridione e gli investimenti nel settentrione.
Il colpo di grazia all'economia del sud fu dato sommando il debito pubblico
piemontese, enorme nel 1859 (lo stato più indebitato d'Europa), all'irrilevante
debito pubblico del Regno delle due Sicilie, dotato di un sistema di finanza
pubblica che forse rigidamente poco investiva, ma che pochissimo prelevava dalle
tasche dei propri sudditi. Il risultato fu che le popolazioni e le imprese del
Sud, dovettero sopportare una pressione fiscale enorme, sia per pagare i debiti
contratti dal governo Savoia nel periodo preunitario (anche quelli per comprare
quei cannoni a canna rigata che permisero la vittoria sull'esercito borbonico),
sia i debiti che il governo italiano contrarrà a seguire: esso in una folle
corsa all''armamento, caratterizzato da scandali e corruzione, diventò, con i
suoi titoli di stato, lo zimbello delle piazze economiche d'Europa.
Scrive ancora lo storico Zitara: "La retorica unitaria, che coprì
interessi particolari, non deve trarre in inganno. Le scelte innovative adottate
da Cavour, quando furono imposte all'intera Italia, si erano già rivelate
fallimentari in Piemonte. A voler insistere su quella strada fu il cinismo
politico di Cavour e dei suoi successori, l'uno e gli altri più uomini di banca
che veri patrioti. Una modificazione di rotta sarebbe equivalsa a un'autosconfessione.
Quando, alle fine, quelle "innovazioni", vennero imposte anche al Sud,
ebbero la funzione di un cappio al collo.
Bastò qualche mese perché le articolazioni manifatturiere del paese, che non
avevano bisogno di ulteriori allargamenti di mercato per ben funzionare,
venissero soffocate.
L'agricoltura, che alimentava il commercio estero, una volta liberata dei
vincoli che i Borbone imponevano all'esportazione delle derrate di largo consumo
popolare, registrò una crescita smodata e incontrollabile e ci vollero ben
venti anni perché i governi sabaudi arrivassero a prostrarla. Da subito, lo
Stato unitario fu il peggior nemico che il Sud avesse mai avuto; peggio degli
angioini, degli aragonesi, degli spagnoli, degli austriaci, dei francesi, sia i
rivoluzionari che gli imperiali".
Per contro una politica di sviluppo, fra mille errori e disastri economici
epocali (basti pensare al fallimento della Banca Romana, principale
finanziatrice dello stato unitario o allo scandalo Bastogi per l'assegnazione
delle commesse ferroviarie), fu attuata solo al Nord mentre il Sud finì per
pagare sia le spese della guerra d'annessione, sia i costi divenuti astronomici
dell'ammodernamento del settentrione.
Il governo di Torino adottò nei confronti dell'ex Regno di Napoli una politica
di mero sfruttamento di tipo "colonialista" tanto da far esclamare al
deputato Francesco Noto nella seduta parlamentare del 20 novembre 1861:
"Questa è invasione non unione, non annessione! Questo è voler sfruttare
la nostra terra come conquista. Il governo di Piemonte vuol trattare le province
meridionali come il Cortez ed il Pizarro facevano nel Perú e nel Messico, come
gli inglesi nel regno del Bengala".
La politica dissennatamente liberistica del governo unitario portò, peraltro,
la neonata e debolissima economia dell'Italia unita a un crack finanziario.
Le grandi società d'affari francesi ed inglesi fecero invece, attraverso i loro
mediatori piemontesi, affari d'oro.
Nel 1866, nonostante il considerevole apporto aureo delle banche del sud, la
moneta italiana fu costretta al "corso forzoso" cioè fu considerata
dalle piazze finanziarie inconvertibile in oro. Segno inequivocabile di uno
stato delle finanze disastroso e di un'inflazione stellare. I titoli di stato
italiani arrivarono a valere due terzi del valore nominale, quando quelli emessi
dal governo borbonico avevano un rendimento medio del 18%.
Ci vorranno molti decenni perché l'Italia postunitaria, dal punto di vista
economico, possa riconquistare una qualche credibilità.
L'odierna arretratezza economica del Meridione è figlia di quelle scelte
scellerate e di almeno un cinquantennio di politica economica dissennata e
assolutamente dimentica dell'ex Regno di Napoli da parte dello stato unitario.
Si dovrà aspettare il periodo fascista per vedere intrapresa una qualche
politica di sviluppo del Meridione con un intervento strutturale sul suo
territorio attraverso la costruzione di strade, scuole, acquedotti (quello
pugliese su tutti), distillerie ed opifici, la ripresa di una politica di
bonifica dei fondi agricoli, il completamento di alcune linee ferroviarie come
la Foggia-Capo di Leuca, - iniziata da Ferdinando II di Borbone, dimenticata dai
governi sabaudi e finalmente terminata da quello fascista.
Ma il danni e i disastri erano già fatti: una vera economia nel sud non
esisteva più e le sue forze più giovani e migliori erano emigrate all'estero.
Nonostante gli interventi negli anni '50 del XX secolo con il piano Marshall
(peraltro con nuove sperequazioni tra nord e sud), '60 e '70 con la Cassa per il
Mezzogiorno e l'aiuto economico dell'Unione Europea ai giorni nostri, il divario
che separa il Sud dal resto d'Italia è ancora notevole.
La popolazione dell'ex Regno di Napoli, falcidiata dagli eccidi del periodo del
"brigantaggio", stremata da anni di guerra, di devastazioni e
nefandezze d'ogni genere, per sopravvivere, darà vita alla grandiosa
emigrazione transoceanica degli ultimi decenni dell''800, che continuerà, con
una breve inversione di tendenza nel periodo fascista e una diversificazione
delle mete che diventeranno il Belgio, la Germania, la Svizzera, fin quasi ai
giorni nostri.
Il Sud pagherà, ancora una volta, con il flusso finanziario generato dal lavoro
e dal sacrificio degli emigranti meridionali, lo sviluppo dell'Italia
industriale.
Ritengo, in conclusione, che sia un diritto delle gente meridionale
riappropriarsi di quel pezzo di storia patria che dopo il 1860 le fu strappato e
un dovere del corpo insegnanti dello stato favorire un'analisi storica più
oggettiva di quei fatti che tanto peso hanno avuto ed hanno ancora nello
sviluppo sociale del Paese, anche attraverso una scelta dei testi scolastici più
oculata ed imparziale.
La guerra fra il nord ed il sud d'Italia non si combatte più sui campi di
battaglia del Volturno, del Garigliano, sugli spalti di Gaeta o nelle campagne
infestate dai "briganti", ma non per questo è meno viva; continua
ancora oggi sul terreno di una cultura storica retriva e bugiarda che,
alimentando una visione del sud "geneticamente" arretrato, produce
un'ulteriore frattura tra due "etnie" che non si sono amate mai.
Il dibattito ancora aperto e vivace sull'ipotesi di una Italia federalista, i
toni accesi del Partito della Lega Nord, una certa avversione, subdola ma reale,
tra la gente del nord e quella del sud, nonostante il "rimescolamento"
dovuto all'emigrazione interna, testimoniano quanto queste problematiche, nate
nel 1860, siano ancora attualissime.
Oggi l'unità dello stato, in un periodo dove il progresso passa attraverso enti
politico-economici sopranazionali come la Comunità Europea, è certamente un
valore da salvaguardare, ma al meridione è dovuta una politica ed una
attenzione particolari, una politica legata ai suoi effettivi interessi, che
valorizzi le sue enormi risorse e assecondi le sue vocazioni, a parziale
indennizzo dei disastri e delle ingiustizie che l'unità vi ha apportato.
L'enorme numero di morti che costò l'annessione, i 23 milioni di emigrati dal
meridione dell'ultimo secolo, che hanno sommamente contribuito, a costo di
immani sforzi, alla realizzazione di un'Italia moderna e vivibile, meritano quel
concreto riconoscimento e quel rispetto che per 140 anni lo Stato, attraverso
una cultura storica mendace, gli ha negato e che oggi gli eredi della Nazione
Napoletana reclamano.