Il colore e la filosofia
teorie sull
1. L'origine del problema
"L'antichità classica non aveva un nome per il blu puro" (1871: 51) - così osservava Geiger in una conferenza del 1867, riproponendo all'attenzione di un pubblico di scienziati della natura un tema già noto agli studiosi del mondo antico: filologi e lessicografi sapevano infatti da tempo che i nomi per i colori nelle lingue antiche sono pochi e non sempre perspicui. Ora, su quest'annotazione erudita Gladstone si era soffermato in una raccolta di studi su Omero (Studies on Homer and the Homeric Age, 1858). Che le pagine omeriche si prestino a mostrare la vaghezza dei nomi di colori della lingua greca è evidente anche per il lettore non specialista: nell'Odissea, per esempio, leggiamo che il mare è color del vino, che i capelli di Ulisse rammentano il giacinto, che il sangue è nero, e anche se molte di queste immagini ci colpiscono per la loro forza poetica, è certo che in esse si esprime una forzatura dei dati percettivi che non poteva non lasciare perplessi i lettori di un'epoca - il secondo Ottocento - così attenta alla dimensione psicologica della cultura e dello spirito.
Di qui l'interesse di Gladstone. Gli accostamenti cromatici dell'Iliade e dell'Odissea debbono dirci qualcosa sulla sensibilità ai colori del loro autore - questo è quanto argomenta lo statista inglese. Così, se Omero può riacquistare la vista che la tradizione gli aveva negato, deve - in ossequio a quella - divenire almeno daltonico, e per quanti dubbi possano sollevare in noi le argomentazioni di chi ritiene di poter leggere così un discorso poetico, la reazione alle pagine di Gladstone non fu negativa. Dovevano passare soltanto dieci anni perché Geiger, muovendo da uno stesso orientamento teorico, ritenesse opportuno estendere la portata delle sue tesi, per dar loro ben altra radicalità: non solo Omero - affermava ora Geiger - ma tutti gli antichi dovevano avere una sensibilità ai colori diversa dalla nostra, poiché solo chi ha occhi diversi dai nostri può dire che il cielo è nero o che il vino e il mare sono dello stesso colore (Geiger 1871: 49). Al pubblico di scienziati che lo ascoltavano, Geiger riteneva così di poter indicare un comune terreno di indagine, la cui legittimità era insita nel fatto che l'evoluzione dei termini per i colori poteva essere intesa come un riflesso della storicità della percezione sensibile e quindi come un capitolo della vicenda evolutiva dell'uomo. Nel conto darwiniano dell'evoluzione della specie sembrava dunque lecito inserire la voce di un progressivo accrescimento della sensibilità ai colori, le cui tappe si riverberavano nella storia del linguaggio ed erano scandite, per Geiger, dalla percezione di colori con una frequenza d'onda crescente (Geiger 1871: 48).
Le tesi di Geiger suscitarono un dibattito ampio, che si fece particolarmente vivace in seguito ai contributi di Hugo Magnus, un oftalmologo i cui scritti intendevano dare un fondamento fisiologico all'evoluzione del linguaggio ipotizzata da Geiger.
Di qui la prospettiva delle sue analisi. Per Magnus le ipotesi di Geiger non hanno bisogno né di un chiarimento metodologico, né - in ultima istanza - di una conferma empirica poiché i dati raccolti da Geiger nel secondo volume di Ursprung und Entwickelung der menschlichen Sprache und Vernunft (1868) gli sembrano sufficiente per sostenere che vi sia un'evoluzione del vocabolario cromatico. Il compito cui si deve far fronte è dunque un altro: per Magnus lo scienziato deve raccogliere gli argomenti di ordine fisiologico che rendono l'evoluzione del senso cromatico non soltanto possibile ma probabile. Di qui l'importanza che Magnus attribuisce alle aree periferiche della retina che sono sostanzialmente cieche al colore: nelle diverse attitudini percettive delle aree retiniche si debbono scorgere le tracce di un'evoluzione non ancora conclusa, l'indizio che ci permette di risalire da ciò che è vero oggi per una parte dell'occhio a ciò che un tempo era la norma.
Come abbiamo dianzi osservato, i saggi di Magnus furono ampiamente discussi, e in particolare su Kosmos, l'organo ufficiale del darwinismo in Germania. Ora, non vi è dubbio che quando Anton Marty interviene con un suo saggio (Die Frage nach der geschichtlichen Entwicklung des Farbensinnes, 1879) in questo dibattito, era certo a conoscenza della dimensione fisiologica del problema e dell'interesse che esso poteva rivestire per chi avesse cercato di "leggerlo" in chiave darwiniana. La prospettiva di indagine è tuttavia assai diversa. La domanda sull'evoluzione del senso cromatico - leggiamo nella Prefazione (Marty 1879: III) - è una "problema di confine" [Grenzfrage] tra linguistica, fisiologia e psicologia, e come ogni domanda che si situi sul limitare di discipline scientifiche differenti chiede che siano innanzitutto affrontate alcune questioni di principio: alla dimensione scientifico-naturalistica del problema viene così anteposta una prospettiva filosofica che trova nella psicologia descrittiva il suo fondamento. Per Marty, se si vuol venire a capo del problema sollevato da Geiger non si deve innanzitutto delineare il contesto fisiologico entro cui si situa la dinamica evolutiva del vocabolario cromatico delle nostre lingue, ma occorre far luce sul rapporto che sussiste tra denominazione e percezione del colore. Così, anche se Marty non intende abbandonare il terreno concreto di una discussione empiricamente rilevante, se - in altri termini - non distingue esplicitamente le questioni filosofiche dalle questioni empiriche, le sue analisi assumono fin da principio la forma di un tentativo di risolvere con gli strumenti della descrizione psicologica un problema che è anche di natura filosofica: il problema dei rapporti che legano il linguaggio all'esperienza ed in particolar modo il sistema dei nomi di colore al sistema dei colori così come sono da noi percepiti.
Non vi è dubbio che richiamare l'attenzione sulla problematicità di questo nesso significa innanzitutto mostrare come all'origine delle teorie di Magnus e Geiger non vi siano soltanto fatti, ma una specifica assunzione di natura filosofica: se è possibile sostenere che dalla Grecia omerica ad oggi vi è stata un'evoluzione del senso del colore, ciò accade soltanto perché l'assenza nella lingua greca di nomi per il verde o per il blu è intesa come un argomento sufficiente per affermare che i greci a quei colori erano ciechi e che soltanto in seguito sarebbe sorta, insieme alla parola, la sensazione corrispondente. Ma ciò è quanto dire che l'ipotesi di Geiger poggia sulla tacita assunzione di un perfetto parallelismo tra esperienza e linguaggio: solo se ci si pone in questa prospettiva è infatti lecito considerare le lingue antiche come fossili che ci parlano di un remoto passato della storia dell'uomo e che ci permettono di risolvere una questione "paleo-fisiologica" proprio come le ossa pietrificate dello scheletro di un animale ci offrono un fondamento sicuro per risalire alla sua configurazione anatomica (Geiger 1871: 45-6).
Ora, proprio questa concezione del rapporto tra parole e concetti è l'obiettivo polemico cui le pagine di Marty sono rivolte. Certo, le teorie di Geiger e di Magnus vengono criticate anche per una serie di motivi specifici, privi di un immediato rilievo filosofico. Così, per esempio, leggiamo che l'ipotesi di un'evoluzione del senso cromatico orientata verso l'acquisizione di colori di lunghezza d'onda crescente è poco probabile, poiché si scontra con la teoria di Hering sulla base chimica della percezione del colore e sulla conseguente compresenza degli antagonisti. Ma ancor meno sostenibile è la tesi secondo cui gli antichi romani non avevano ancora la nostra sensibilità al colore: la teoria darwiniana va condivisa (Marty 1884-92: 168, nota), ma senza per questo dimenticare che i tempi della storia sono un nulla rispetto ai tempi dell'evoluzione della specie (Marty 1879: 21; cfr. anche Krause 1877: 270, 275). Infine, anche la disinvoltura con cui Magnus e Geiger utilizzano le pagine omeriche deve essere criticata. Un testo poetico si pone obiettivi estetici ed espressivi e non si attiene alle regole di una descrizione esatta: non bisogna dunque stupirsi se nell'Iliade o nell'Odissea i colori non si accoppiano agli oggetti secondo i dettami della realtà, ma secondo l'esigenza di una maggiore vividezza dell'immagine (Marty 1879: 23-9).
Ciascuna di queste ragioni è di per sé sufficiente a rendere poco credibile la tesi di Geiger e di Magnus. Se si vuole confutarla è tuttavia necessario mostrare come l'assunto su cui si fonda - l'ipotesi di un compiuto parallelismo tra esperienza e linguaggio - sia di fatto insostenibile. Un simile obiettivo può essere raggiunto, per Marty, grazie a due differenti esperimenta crucis. Il primo può essere così formulato: se l'assenza di nomi per un colore esprime l'assenza della sensazione corrispondente, allora dalla mancanza in greco di un nome per il blu si deve dedurre che i greci vedevano il cielo diverso da come noi lo vediamo. Ma le cose non stanno così: i pigmenti scelti per riprodurre il cielo nei templi di Aegina sono uguali a quelli che noi sceglieremmo (Marty 1879: 23-9). Alle lacune di natura linguistica non corrisponde quindi un'analoga inadeguatezza sul terreno percettivo. E viceversa: dal fatto che oggi gli uomini abbiano un'identica sensibilità al colore non si può dedurre che ogni lingua moderna disponga di un nome per indicare il blu. I Dakota, per esempio, vedono i colori proprio come noi ma, osserva Marty proponendo il suo secondo experimentum crucis, hanno un vocabolario cromatico molto più povero e impreciso: l'ipotesi del parallelismo non regge dunque alla prova dei fatti.
Per Marty, tuttavia, distinguere il piano linguistico dal piano percettivo non significa solo comprendere come sia possibile un'evoluzione del vocabolario cromatico cui non corrisponde alcuna nuova percezione, ma vuol dire anche interrogarsi sulle ragioni che guidano il linguaggio nel suo tentativo di dominare il continuum dello spazio cromatico. Ora, venire a capo delle ragioni per le quali non vi è un rapporto di specularità tra esperienza e denominazione del colore significa innanzitutto soffermarsi su una triplice distinzione terminologica di cui il linguaggio quotidiano non tiene conto, ma che deve essere indagata dalla psicologia nella sua duplice veste di scienza delle distinzioni concettuali e di disciplina che studia la mente umana nella sua concreta finitezza: la distinzione tra empfinden, bemerken, anmerken - sentire, osservare, annotare (Spinicci 1991).
La distinzione tra sentire e osservare spetta ad una fenomenologia degli atti di esperienza. Il sentire è un percepire che si colloca sui primi gradini della scala cognitiva: sentiamo un suono, un colore, un odore quando un fenomeno sonoro, visivo o olfattivo è presente alla coscienza. Dal sentire passiamo all'osservare quando vi è un interesse per l'oggetto che ci spinge a classificare ciò che percepiamo, per distinguerlo da altre cose e per coglierlo per quello che è (Marty 1879, pp. 40-7).
Questa distinzione ha una sua immediata ricaduta sul terreno linguistico, poiché solo ciò che è stato osservato può assurgere alla dignità del linguaggio: ogni atto di denominazione presuppone infatti un interesse per la cosa e implica che siano colte le proprietà che la contraddistinguono. Ma se il linguaggio classifica gli oggetti del mondo, non tutto ciò che è esperito è anche, a sua volta, classificato, e questa è la prima ragione che ci impedisce di ricavare dal lessico dei greci la prova della loro parziale cecità ai colori.
Ma vi è anche una seconda ragione, ed in questo caso è la distinzione tra bemerken e anmerken che deve essere chiamata in causa. Non tutto ciò che è osservato deve essere poi necessariamente annotato sul piano del linguaggio, non ogni distinzione concettuale deve necessariamente farsi parola. Distinguere tra anmerken e bemerken vorrà dire allora far luce sulle condizioni cui un concetto deve ottemperare per guadagnarsi un posto nel linguaggio, poiché il linguaggio, per Marty, non è il rispecchiamento sensibile del pensiero:
Nell'uomo vi è invece il bisogno di comunicare, ed è di qui che il linguaggio ha origine. Ne segue che lo scarto tra percezione e linguaggio ha natura pragmatica; è infatti solo il bisogno comunicativo che, come una divinità della soglia, concede o nega l'accesso al linguaggio alle distinzioni colte sul terreno percettivo (Marty 1879: 64).
Se l'esigenza di comunicare spinge il pensiero a farsi parola e se il processo comunicativo è il criterio che sceglie quali tra le distinzioni concettuali possano accedere al linguaggio, allora la forma del dizionario di una lingua può essere chiarita solo se ci si addentra nelle pieghe di una pragmatica del linguaggio, su cui ancora una volta deve renderci edotti la psicologia, intesa ora non più come una disciplina volta a tracciare la tassonomia delle forme di esperienza, ma come la scienza della mente umana, come una riflessione di natura antropologica che sa far luce sui bisogni comunicativi dell'uomo e soprattutto sulle richieste che la finitezza della natura umana necessariamente avanza ad ogni sistema di segni che voglia dominare con mezzi finiti l'infinità dei punti che compongono il continuum cromatico. Ne segue che, per Marty, la psicologia non è chiamata soltanto a districare il groviglio concettuale che inviluppa l'esperienza e la denominazione del colore, ma suggerisce anche un terreno di indagine che può essere circoscritto solo dopo che si sia individuato nel bisogno comunicativo la causa che dà al linguaggio una forma particolare - il terreno degli universali linguistici che attraversano il sistema di denominazione dei colori. Lungi dal cercare nella storia di alcune parole la risposta ad un quesito "paleofisiologico", Marty ritiene di poter ricondurre la forma e l'evoluzione dei vocabolari cromatici a poche regole di natura pragmatica, fondate su alcuni tratti invarianti della natura umana. Ed è su questo tema che vogliamo ora soffermarci, seppur brevemente.
2. Gli universali linguistici e il colore
Il linguaggio è uno strumento comunicativo: è questa la convinzione che attraversa l'opera di Anton Marty. Ora, la forma degli strumenti non dipende soltanto dai fini che si addicono al loro impiego, ma anche dalla natura di chi li usa. Ne segue che per comprendere le caratteristiche universali della forma linguistica non basta riflettere sulle funzioni comunicative cui il linguaggio assolve: occorre anche far luce su alcuni tratti della natura umana - la finitezza delle sue capacità cognitive, la limitatezza della sua memoria, la natura dei suoi organi di senso.
Queste tesi, che diverranno il centro della riflessione teorica di Marty nel suo progetto di semasiologia descrittiva (Marty 1908), sono in realtà già all'opera nel saggio di cui andiamo discorrendo: anche qui Marty si interroga sulla forma generale che deve essere propria del vocabolario cromatico di una lingua e sulla regola che presiede alla sua evoluzione, ed anche in queste pagine le sue indagini si orientano verso una soluzione del problema di natura insieme pragmatica ed antropologica.
Tre sono i punti che debbono essere a questo proposito rammentati: secondo Marty, infatti,
1. Geiger aveva notato che in ogni lingua i nomi di colori più antichi derivano da radici di significato generale, mentre quelli di conio relativamente recente sono costruzioni linguistiche che traggono la loro origine da oggetti concreti. Marty condivide questa tesi, e tuttavia non ne cerca la giustificazione sul terreno cognitivo-esperienziale, ma ritiene opportuno additare una causa di ordine pragmatico. Se vi sono nomi specifici per i colori ciò accade perché le principali differenze cromatiche sono strumenti di classificazione della realtà tanto immediati, quanto importanti. Avere una parola per designare un colore può essere un mezzo utile per indicare un oggetto per cui ci manchi o ci sfugga il nome (Marty 1879: 69); ne segue che i nomi dei colori fondamentali dovevano accompagnare se non precedere la formazione dei nomi di cosa, poiché per intendersi sugli oggetti concreti della nostra esperienza sensibile può essere utile fare riferimento al loro colore. Era dunque più importante e più utile
2. I colori trapassano l'uno nell'altro senza soluzione di continuità, ed è per questo che le lingue debbono necessariamente rinunciare a dare un nome ad ognuna delle infinite sfumature che appartengono allo spazio cromatico. Per far fronte ai propri compiti comunicativi, le lingue saranno dunque costrette a liberalizzare i propri criteri e dovranno affiancare ad un uso proprio dei nomi di colore un uso improprio. Di un larice in autunno possiamo dire che è rosso, anche se nessuno sceglierebbe proprio il colore del larice come modello per chiarire ciò che propriamente intendiamo quando pronunciamo la parola "rosso": in questo caso infatti la parola è chiamata a "coprire" un'area marginale del suo significato, non il suo nucleo più autentico. Marty parla a questo proposito di Bedeutungkreis, e questa immagine chiarisce bene come debba essere pensato il senso che spetta alle parole del nostro linguaggio: ogni significato ha infatti un centro che coincide con l'impiego proprio del termine, ma che si apre poi nelle più diverse direzioni grazie ad una concatenazione di usi traslati, che disegnano un'area che non può essere circoscritta con esattezza - l'area degli usi impropri del termine. All'origine di questa peculiare struttura del nostro linguaggio vi sono ancora una volta ragioni di natura pragmatica. Se attribuissimo un segno linguistico ad ogni intervallo distinguibile dello spazio cromatico ci costringeremmo ad uno sforzo mnemonico gravoso e inutile. Scrive Marty: