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DAVID D’AMORE I vestiti servono solo a ripararci dal freddo e non contribuiscono a renderci più onesti, più colti o più sensibili.
North Hollywood, California, luglio 2002.
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| Foto C. Martinez |
Dopo un mese di tentativi andati a vuoto finalmente riusciamo a metterci in contatto con la madre di David D’Amore che ci assicura di riferire al figlio che lo stiamo cercando per un intervista. Dopo tre giorni la signora Aukje ci telefona per dire che David ci aspetta il tal giorno, nel tal posto, alla tale ora. L’appuntamento è in una strada isolata che finisce nella campagna. David è lì che ci aspetta, più magro dell’ultima volta che l’ho visto e, se possibile, ancora più alto. Ci saluta e ci guida con sicurezza nei sotterranei di un vecchio forte in rovina; enormi topi fuggono precipitosamente a rintanarsi nell’oscurità. Un lungo corridoio ci porta ad una scala a chiocciola, discesa la quale ci immettiamo in una enorme sala soggetta ad un intenso stillicidio. "Siamo arrivati, ora possiamo cominciare" dice David sedendosi per terra. Accendiamo il registratore e, illuminati dalle torce elettriche diamo inizio all’intervista.
Perché questo posto?
E’ l’unico luogo dove non mi sento a disagio.
Come pittore e fotografo con più di vent’anni di attività alle spalle ti senti parte del vasto panorama dell’arte contemporanea?
No.
Perché?
Vivo e lavoro in disparte.
Ci puoi parlare dei tuoi quadri?Sono olii su tela di medie e grandi dimensioni, di più non so dire.
E le tue fotografie?Le mie foto a qualcuno piacciono e ad altri no.
Quando hai iniziato a cimentarti con il mezzo fotografico?Per gioco, nel 1980. Seriamente, nel 1986. All’epoca,
quando ho iniziato a far vedere le mie stampe in giro, i galleristi italiani,
gli stessi che oggi espongono foto perché va di moda, allargavano le braccia
e dicevano: “Fotografie nella mia galleria? Non è proprio il caso, e poi, scusa,
le tue immagini sono assurde.”
Ora, le mie foto “assurde” vengono regolarmente
imitate e persino copiate…..ma questo è un argomento che sto affrontando dettagliatamente
nella mia autobiografia……
Il sesso, come ogni pratica disgustosa che si rispetti, attrae e nel contempo terrorizza; facendo sesso ripetiamo all’infinito la lezioncina imparata a memoria e, fingendo di non annoiarci diamo vita alla solita, eterna pantomima tra i sessi: gli stessi gesti ripetuti meccanicamente, lo stesso repertorio di parole false e insignificanti pronunciate per conquistare nuovi partners; i quali spesso fingono di ignorare di essere inclusi in una lista di nomi più o meno lunga: numerati, catalogati e archiviati. E’ giunta l’ora di essere sinceri e dire basta all’orrore: il sesso è il demone della ripetizione da cui difenderci. Ora o mai più.
E’ vero che un famoso critico ti ha definito un fotografo stupratore?
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Si, purtroppo. Chi sono i pittori che prediligi?Carel Fabritius, Pyke Kock. E tra i contemporanei? Ho un debole per il sottoscritto. Parlaci dei tuoi disegni. Ho iniziato a disegnare che avevo circa un anno per merito o per colpa di mia madre che mi ha spronato e sempre incoraggiato; da allora non ho più smesso. Pochissime persone conoscono la mia sterminata produzione perché nessun gallerista ha avuto il coraggio di esporre i miei disegni: talmente poco inquadrabili e al di fuori di qualsiasi tendenza da essere addirittura imbarazzanti. Un giorno, forse, li brucerò. |
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Quanto conta il successo per te e che valore attribuisci al concetto di successo?
Nel preciso istante in cui sarò un uomo di successo potrò rispondere a questa domanda, non ora quindi.
Sei ambizioso?
No perché non ho obbiettivi da raggiungere. L’ambizione, anche se moderata, è temibile perchè ti fa accettare una moltitudine di compromessi. E i compromessi non fanno bene alla salute della mente.
Come mai nonostante la qualità del tuo lavoro non sei mai invitato a partecipare alle numerose mostre dedicate alle ultime tendenze dell’arte italiana?
Mettiti nei panni degli organizzatori: come possono invitare ad una mostra sulle nuove tendenze un artista che non fa parte di nessuna tendenza?
Tu canti e suoni in un gruppo chiamato Argonauts. Da quanto siete insieme e che pezzi suonate?
Argonauts è un progetto nato nel 1988. Suoniamo roba mia.
Avete un contratto discografico?No, niente contratto. Le etichette non ci considerano perché non seguiamo le mode e non assomigliamo a nessuno. In parole povere: siamo troppo originali e come sai l’originalità viene di rado premiata. Diciamo che mi considero un musicista di grande e meritato insuccesso.
So che oltre a essere un appassionato di blues negli ultimi vent’anni ti sei esibito un pò ovunque in Europa. Quando hai cominciato?
Suono da quando avevo tredici anni. Nel campo del blues, con la chitarra elettrica so fare solo due o tre cose, ma in modo sublime.
Hai la camicia rattoppata, i pantaloni bucati e gli alluci fanno capolino dalla punta delle scarpe. E’ una scelta di vita? Non temi che in questo modo la gente ti allontani?
Ringraziando il cielo non ho bisogno di entrare in un negozio per fare compere: i vestiti che indosso li trovo nei cassonetti della spazzatura e se mi affeziono ad un paio di scarpe posso usarle per più di vent’anni; in questo modo si consumano e diventano così come tu ora le vedi. I vestiti servono solo a ripararci dal freddo e non contribuiscono a renderci più onesti, più colti o più sensibili. Le persone cui sono legato mi apprezzano per la mia eventuale rettitudine e non per quello che indosso.
Pensi che la bellezza ti abbia aiutato nella vita?Si, con le donne. Scherzo…scusate ma a volte sono proprio un burlone. Statemi a sentire: quello che avete di fronte non è altro che un involucro. Il vero David non è materia ma essenza, quindi invisibile e impalpabile. Il corpo serve solo a rendere localizzabile la nostra presenza sulla terra in modo che gli altri entrino in contatto con noi. Il corpo è un mezzo non un fine. Il problema, o meglio, il dramma, non è rappresentato dal nostro corpo ma dalla percezione che noi abbiamo di esso: percezione molto spesso lontana dalla realtà.
Quindi sei contrario alla odierna isterica e spesso grottesca adorazione del corpo. Sei ostile alla costante ricerca della forma fisica e alla vanesia esibizione di corpi costruiti, dunque artificiali…La questione mi lascia del tutto indifferente. Belli o brutti, buoni o cattivi, finiremo comunque tutti all’inferno.
Che rapporto hai con il tuo corpo?
Pessimo. Ogni volta che vedo la mia immagine riflessa in uno specchio mi viene da piangere. O da ridere.
Spesso ti ho visto espletare i tuoi bisogni corporali nel lavandino. Lo fai per ragioni igieniche, per comodità o per altri motivi?
Per motivi puramente estetici. Fare pipì nel lavandino è un gesto sublime che però alla lunga corrode le tubature: diurèsi come catabasi e catarsi, segue palingenesi e, dulcis in fundo, anabasi, dunque: ascesi.
Da più di vent’anni sei vegetariano. Da molto tempo quindi non mangi carne e pesce. E’ una scelta etica o salutistica?
Salutistica: ci tengo alla salute degli animali.
Hai quarantun’ anni e anche se ne dimostri trenta hai raggiunto ormai l’età in cui si dovrebbe mettere la testa a posto. Hai mai pensato al matrimonio e ad avere dei figli? Non hai desiderio di essere padre?
No, sono ancora troppo giovane per questo genere di cose.
Ti ritieni una persona interessante?No, come tutte le persone eccessivamente interessanti.
Segui la politica?
Sono decisamente favorevole al revisionismo storico basato sullo studio approfondito di nuovi documenti provatamente autentici. La storia scritta con presupposti ideologici ha prodotto danni irreparabili per l’umanità.
Credi in Dio?
Pensate se un giorno la scienza dimostrasse che Dio non esiste: si sconfesserebbe la scienza e si continuerebbe a credere.
Non hai la patente, non guidi la macchina e non ne hai mai posseduta una, ti muovi a bordo di un vecchio motorino sgangherato: pensi che una situazione così anomala influenzi il tuo lavoro di artista?
No.
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Il tuo ciclomotore di anno in anno subisce notevoli mutazioni estetiche. E’ una sorta di installazione sempre in movimento per le vie della città: una vera e propria opera d’arte itinerante. E’ un simbolo apotropaico? Una ribellione al conformismo imperante? Una sfida aperta alla società dei consumi? O niente di tutto questo? Niente di tutto questo. Nell ’ era della tecnologia tu suoni una chitarra elettrica da centocinquanta euro…… |
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foto James Walker
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Non è il valore dello strumento a fare il chitarrista; si può scrivere un libro meraviglioso con una penna da dieci centesimi.
Ami la natura?
“Amore” è una parola usata troppo spesso a sproposito, diciamo che, non senza difficoltà e contraddizioni, tento di rispettarla, la natura. Ma anche “natura” è una parola grossa; quella che in Italia chiamiamo natura è in realtà un piccolo lembo di territorio momentaneamente sfuggito alla cementificazione. Giorni fa gironzolavo fuori Roma in sella al mio ciclomotore; decine di cartelli segnalavano che si era nel parco naturale di Veio, zona protetta. Per la verità di protetto vedevo solo una sterminata distesa di caseggiati, di immensi campi da golf, di mostruose zone industriali, di osceni circoli sportivi, senza contare strade, superstrade, svincoli, sottopassaggi, raccordi e sopraelevate. Scoraggiato, parcheggio e scendo sulle rive di un grazioso torrentello che scorre tra le rocce; nell’alveo del corso d’acqua e tutt’intorno vedo e catalogo: uno scaldabagno, tre lavatrici, quindici copertoni, due automobili bruciate, quattro water e ovunque vetro, lamiere e plastica. Bella zona protetta!
Sappiamo che leggi moltissimo. Che libro stai leggendo attualmente e cosa ci consigli?
Sto leggendo vari libri contemporaneamente: primo fra tutti il settecentesco “Secondo trattato di magia bianca” di Calindro Sarti, mago di Nemi: difficile ma affascinante. Poi “Lettere di Ivan Kosuliç alla moglie”, sorprendenti lettere, dettate da un contadino siberiano analfabeta, nel 1840. Sto cercando, con notevole sforzo, di decifrare alcuni scritti per iniziati di Gedeone da Sapri, veggente del XXI secolo, e per finire: “Il lungo giorno” di Bentha Shamir, grande mistico pachistano morto a centossessantacinque anni. Un libro che vi consiglio caldamente è “Conversazioni autarchiche”, riflessioni amaramente autoironiche di Osvaldo Parrini Wilson, scritto dall’autore la notte prima di salire sul patibolo: una lettura semplicemente spettacolare, adatta a chi vuole imparare a ridere nella tragedia.
A questo punto David si alza, ci ringrazia, saluta e si allontana nell’oscurità. Rimaniamo soli e con grande fatica riusciamo a raggiungere l’uscita. Una volta all’aperto siamo accolti da un’afosa notte stellata. Saliamo in macchina e ci immergiamo nel traffico, verso la città.
Roma,6 luglio 2002